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Chiaramente
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E-art: Environmental (or Activist) Art.
Translations available in: English (original) | French | Spanish | Italian | German | Portuguese | Swedish | Russian | Dutch | Arabic

Art and I don't always get along. It's hard to find art that really resonates with me, art I can engage with. Most art, notably modern art, is too pedantic and redundant for me. Lately, though, I have stumbled upon an almost invisible yet staunch genre (activist art, or environmental art, if you prefer) that is making me reconsider art's role in society. The discovery of new artists who- consciously or unconsciously- belong to this group is always casual but unfailingly comforting and stimulating. When I first fell in love with Ilkka Haslo’s work it felt like an isolated incidence, but one that quickly made me realize that "e-art"’s future was only just beginning. This feeling was confirmed when I found out about Tim Noble and Sue Webster, and now, well, now I consider myself lucky to have discovered two more artists in less than one summer.

In Paris, I had the chance to see some of the best environmental works from all over the world. The exhibit was called "Les Environnmentales: - 5th Biennale of Contemporary Art "In" and "With" Nature" and it was held at the TECOMAH Campus, Paris' college of environmental studies.

Today, instead, I found out about an exhibit that just ended here in Italy, and that was a collection of Jorg & Lucy Orta's best work over the past five years. Jorg and Lucy are two artists from Argentina and the UK who now live in Paris. Their latest collection revolves around the Antarctic, which is also the name of their exhibit at the Hangar Bicocca in Milan.

Most of the artwork was literally transported from the South Pole to Italy. The exhibit was a multi-layered one, presenting real-life survival equipments (from mobile intervention units and parachutes to medical kits) meant to make us reflect on the vastness of geography and on the symbolism and semantics of global warming. The artists see Antarctica as the last frontier land, a nobody’s land , a clear link between our past and our future. Antarctica, as they rightly point out, is the land where Potential and Threat meet. Clearly, allegory is what accompanies all of their work, as the Antarctic Village (2007), a collection of mutli-colored and multi-national tents, represents the best. The Ortas move from the poetic to the pragmatic with great ease, using materials that present slightly dystopic visions of the future of humankind. Their visual interpretation of global warming follows the theme of their work of the past five years, one that studied the many ways mobility, social relations and sustainability intersect with each other.

For more Orta goodness: http://www.studio-orta.com/

Another casual discovery, found when googling the Ortas, lead me to this blog: We Make Money Not Art. You can ignore all the Chevy ads and skip directly to their Green archive, definitely worth reading. Its pages take us from "Biopiracy: the new Colonialism", to Antarctica with the Ortas again, to the art of Greenwashing, to London, Budapest and more! Add to that links and resources and the you will quickly fall in love with this blog!

http://www.we-make-money-not-art.com/archives/green

Other links:

Ilkka Haslo (in particular, I recommed his Restoration and Museum of Nature series)
http://ilkka.halso.net/

and Tim Noble & Sue Webster
http://thinkorthwim.com/2007/09/21/tim-noble-and-sue-webster/

[Photo credits: Antarctica, Dome Dwelling. c: the artists.]

July 1, 2008 | 9:20 AM Comments  1 comments



CIVICUS a caldo
About this event: CIVICUS Youth Assembly 2008
Related to country: United Kingdom


Giornata intensa, piena di stimoli e sicuramente arrichente quella di oggi. E’ in iniziata con una sveglia decisamente troppo sul presto (da brava europea continentale mi ero totalmente dimenticata dell’ora di “fuso orario” dell’Inghilterra, e quindi mi sono allegramente lasciata svegliare alle 5.30 del mattino.) E’ proseguita a pieno ritmo con il tragitto verso lo Scottish Exhibition and Conference Centre (SECC), dove Janet Jobson ci ha dato il benvenuto durante la prima sessione plenaria della giornata. Un armata di ragazzi determinati ed entusiasti si sono riuniti nella sala del SECC, cuscino firmato CIVICUS in mano, seduti per terra pronti a divorare ogni stimolo e andettoto che gli veniva presentato. Tra questi ragazzi c’ero anche io, che ho passato il resto della giornata a confrontarmi con sessioni di scambio di prospettive, opinioni ed escercizi di comunicazione incentrati su quattro temi: la poverta’, la salute, il cambiamento climatico e le disuquaglianze.

Durante il corso della prima seduti i ragazzi del mio gruppo, il gruppo verde, hanno parlato di poverta’ usando il metodo “Margolis Wheel”, noto anche come “speed dating.” In pratica, quattro sedie sono disposte in un cerchio, con altre quattro sedie che vanno tutte intorno al primo cerchio. Gruppi di due ragazzi si ritrovano quindi faccia a faccia, la persona seduta nel primo cerchio risponde alle domande della persona seduta nel cerchio esteriore. Ogni quattro minuti ci si sposta giu’ di una sedia, cosi da poter parlare con con piu’ persone possibile. Alla fine, quelli all’interno del cerchio cedono il posto a quelli del cerchio esteriore e il giro si ripete, solo che questa volta chi e’ stato all’interno invece di ripsondere alle domande le deve fare... e quindi ascolatre. E cosi’ facendo ho avuto occasione di parlare dei vari tipi di poverta’ che esistono oggi in Italia con 4 ragazzi, mentre un ragazzo argentino mi ha parlato della poverta’ degli agricoltori del suo paese, cittadini che si vedono strappare sempre piu’ terreni coltivabili dalle piantagioni di soia e che sono in preda ad un sistema di tasse che punisce i cittadini locali e fa rallentare l’economia. Ho chiesto a una ragazza indiana quale pensa sia il problema piu’ importante legato alla poverta’ nel suo paese e mi sono sentita rispondere “la sovrapopolazione”, sopratutto per via del fatto che in India avere figlie femmine e’ considerato un handicap e quindi spesso le famiglie continuano a concepire fino a che non hanno un figlio maschio. Con un ragazzo macedone abbiamo parlato della lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali, e con una ragazza africana ho parlato di AIDS. E quando ci hanno chiesto di condividere i nostri pensieri sulla prima sessione di scambio, mi sono ritorvata col microfono in mano a palrare del bisogno di ritagliare spazi in societa’ che non ci limitino ad essere solo cittadini-consumatori, al rifiuto che dovrebbe accompagnare ogni cittadino (giovane ed adulto) di lasciare alle grandi lobby la possibilita’ di ridurre il nostro ruolo in societa’ a un passivo acquisto di una t-shirt per mettere fine alla poverta’.

Durante la pausa caffe, Jared mi e’ venuto a parlare per dirmi che aveva apprezzato il mio intervento e insieme ci siamo messi a parlare di corporate social responsibility e di cittadinznaza attiva. Il che ci ha portato dritti alla seconda sessione, questa volta incentrata sul tema della salute. Qui, abbiamo usato il metodo Open Space Technology, lo stesso che avevo gia’ sperimentanto ad Urbino per parlare (io, Jared, e Chris) del ruolo delle coprorations nel settore della sanita’ pubblica. In particolare, ci siamo chiesti cosa dovremmo pensare di una societa’ che acconsente alla privatizzazione del settore dell'assistenza sanitaria (in particolare, quali valori promuove una societa' del genere?) E, ancora piu’ importante per me, abbiamo discusso di cosa ci lascia accettare il fatto che le case farmaceutiche, che hanno cosi tanto potere su di noi, siano entita’ cosi poco trasparenti e democratiche. Per esempio, perche’ i soldi per una nuova cura vengono investiti solo se la cura stessa puo’ garantire futuri profitti?

Per la terza sessione, invece, abbiamo usato il metodo “teatrale” di interpretazione e scambio di ruoli. Riuniti in gruppi di quattro, uno ad uno abbiamo giocato tutti a fare: l’attivista, l’ostacolo, l’obiettivo finale e il testimone. Usando questo metodo, io e 3 ragazze abbiamo parlato di eguaglianza. Abbiamo discusso del bisogno di rendere i giovani parte dei sistemi decisonali globali, di capire le tensioni che esistono tra “bianchi” e “neri”, tra uomini e donne, tra ricchi e poveri. Cosi’ facendo, abbiamo riflettuto suglli strumenti che possiamo usare in situazioni di conflitto e abbiamo cercato di concentrarci sugli obiettivi, non sugli ostacoli. Durante il corso di questa sessione i facilitatori ci hanno chiesto di ricordare questa frase del Che Guevara: “Siamo noi i realisti. Noi che sognamo l’impossibile.” E cosi’ e’ stato.

A fine giornata siamo finalmente arrivati alla sessione che io personalmente stavo aspettando dalla mattina: il cambiamento climatico. Il modello che abbiamo usato per questa sessione ci ha spinto a pensare al potere- ai tipi diversi di potere positivo (people power, power within ecc.) e ai vari tipi di potere che entrano in gioco in situazioni legate alla politica ambientale. Io e il mio gruppo abbiamo discusso di rifugiati ambientali, e di come ci sia bisogno che vengano riconosciuti come veri e propri rifugiati dalle istituzioni internazioanli.

La giornata l’abbiamo conclusa durante la seconda sessione plenaria- abbiamo parlato dell’importanza della partecipazione, ma di come sia importante condividere il nostro potere, per non abusare dell’aspetto “trendy” della partecipazione. Abbiamo parlato del bisogno impellente di cambiare in modo radicale le nostre societa’, invece di dipendere da soluzioni troppo tecnocratiche. Abbiamo parlato della geografia come fattore che puo’ decidere i destini di intere popolazioni, ora che affrontiamo tre delle piu’ grandi crisi di tutta l’umanita’: la crisi del cibo, del petrolio e del cambiamento climatico. Sicuramente tutto questo e' stato qualcosa a cui pensare nei prossimi giorni e nel corso del nostro cammino verso un mondo dove ci sara' piu' giustizia sociale per tutti.

June 17, 2008 | 5:18 PM Comments  2 comments

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Come fare?

Sto viaggiando molto. Sto imparando molto. Sto scoprendo molto.
Ogni nuova esperienza lavorativa mi forza ad uscire sempre piu’ dal mio piccolo guscio, a confrontarmi con gli altri ma sopratutto a trovare delle riposte.

Puo' sembrare strano, ma io sono italiana… senza sentirmi italiana. Non credo di essere alla ricerca di una identita’ culturale, perche’ non penso che mi serva per definire chi sono. Si, io sono italiana, almeno sulla carta, pero' non mi sono mai sentita a mio agio con questa definizione. Da un lato, la trovo troppo riduttiva, dall'altro poco descrittiva. Io non mi sento italiana nel mondo in cui viene normalmente concepita la cittadianza italiana, o nel modo in cui vengono di solito concepiti gli stereotipi sugli italiani. Chi sono, cosa mi piace, quali sono le mie ambizioni? Per me non basta dire "sono italiana" per far capire agli altri come sono fatta, qual e' la mia identita'. Per forza di cose, io negli ambienti internazionali, interculturali, quelli un po’ caotici e pefino contradittori mi ci trovo benissimo... Per me sono un luogo di crescita e apprendimento fantastico. Ma in questi giorni mi accorgo di averla troppo facile. Ho sempre pensato che pur sentendomi piu’ uno spirito libero che una cittadina « italiana » avrei sempre e comunque continuato a comportarmi da cittadina.

Pero’ poi osservo e vivo la situazione attuale in Italia con un certo disagio. Parlandone con i miei amici, sopratutto quei tanti italiani che come me hanno scelto di studiare, vivere e/o lavorare all’estero, ci interroghiamo sul da farsi. Come aiutare un paese che fa fatica a cambiare in meglio? Quale contributo possiamo dare noi nel nostro piccolo? L’Italia ha forse bisogno di noi, cittadini residenti all’estero? Ed e’ qui che mi accorgo che non basta essere aperta di mente e trovarsi bene in luoghi di scambio per prendere una posizione. Mentre ogni giorno questa esigenza diventa sempre piu' forte.

Tra i miei amici, c’e’ chi vuole tornare per impegnarsi in prima linea in una « battaglia culturale » per riportare l’Italia ai livelli di una volta. C’e’ anche chi spera di poter cambiare le cose da fuori, chi per ora osserva per poter decidere in un secondo tempo. E chi, come me, vive tra due mondi, intanto prova a essere se stessa. A far capire agli altri che ci sono diversi modi di essere un'italiana. A fare da ponte tra il « qui » (il posto che vorremmo veder cambiare in meglio) e il « li » (la nostra seconda casa, che ci offre talmente tanto.) Ma non e’ sempre facile. E a volte mi chiedo se e' abbastanza.

June 13, 2008 | 8:35 AM Comments  0 comments

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La Cittadinanza Attiva e il Web 2.0
About this event: IV Meeting Internazionale sulle Politiche Giovanili
Related to country: Italy


Riporto qui la versione integrale di un articolo che ho scritto per la rivista giovanile Zai.net a proposito del IV Meeting Internazionale sulle Politiche Giovanili che si e' appena concluso.

"La cittadinanza attiva e’ per tutti, sopratutto per i giovani."

I giovani fanno parte della societa’ e vivono la realta’ di tutti i giorni come qualsiasi altro adulto. Questo e’ ovvio per noi ragazzi, eppure ne viviamo di difficolta’. Spesso per farci ascoltare o per toglierci di dosso delle etichette che non ci appartengono dobbiamo faticare parecchio e quando si tratta di farci prendere sul serio dalle autorita’ politiche il discorso si complica ancora di piu’. Ad Urbino, pero’, sono quattro anni che istituzioni aperte di mente e disposte ad ascoltare riuniscono gruppi di giovani come me per partecipare a un meeting di livello internazionale sulle politiche giovanili. Ogni anno il tema cambia ma tiene conto dei lavori svolti in precedenza e quest’anno il tema era la “cittadinanza attiva”; un’occasione per scambiare idee e opinioni sugli strumenti, i metodi e i linguaggi che portano alla riscoperta e alla salvaguardia della partecipazione, alla condivisione e celebrazione di valori civici. Perche’ questa attenzione? In quanto giovani noi facciamo parte di una classe sociale non protetta, siamo spesso i piu’ vulnerabili di fronte a problemi come la disocupazione e la precarieta’, eppure in quanto gruppo demografico ne abbiamo di forza! In Asia, per esempio, l’eta’ media e’ di 28 anni, il che vuol dire che oltre la meta’ della popolazione del mondo fa parte della nostra stessa fascia demografica. Nei paesi in via di sviluppo, dove vive l’80% del mondo, i giovani costituiscono oltre il 70% della popolazione. E se e’ vero che i numeri fanno la forza, allora e’ ora di far capire al resto del mondo, sopratutto alle autorita’ italiane, che noi non siamo un peso sulla societa’ ma piuttosto una risorsa. In un mondo che diventa sempre piu’ globale ed interconnesso le nostre azioni a livello locale, in Italia, possono avere un grande impatto e su larga scala. Questo vuol dire che se problemi come la fame nel mondo o il cambiamento climatico colpiscono sempre piu’ persone, anche il nostro impegno come cittadini attivi puo’ arrivare lontano ed ispirare altri giovani ad attivarsi e coinvolgersi personalmente in quello in cui credono. Ad Urbino si e’ parlato proprio di questo: in uno spazio accogliente e disponibile, delegazioni di giovani italiani e europei si sono incontrate per parlarsi e confrontarsi sui loro problemi e i loro successi. Attraverso l’uso dell’Open Space Technology, un modello innovativo per stimolare gli scambi (anche interculturali) noi giovani abbiamo discusso delle nostre esigenze, abbiamo fatto piani per il futuro e abbiamo formulato domande e richieste forti che poi abbiamo presentato ai rappresentanti di uffici istituzionali di tutta Italia.
Perché i giovani sono piu’ di una semplice risorsa, spesso sono veri e propri innovatori e stimolatori sociali. Basta pensare alle grande rivoluzioni degli ultimi anni: dai nuovi strumenti dell’ “information technology”, passando per il World Wide Web e arrivando ai software Open Source; in prima linea c’eravamo sempre noi. E oggi questi strumenti, a partire dal cosidetto Web 2.0 (quello che ci permette di scambiare idee e di rendere i media ancora piu’ collaborativi e democratici) sono una vera e propria risorsa per noi che vogliamo attivarci per cambiare le regole del gioco. Io ad Urbino ci sono andata proprio per rappresentare l’organizzazione per la quale lavoro, TakingITGlobal (TIG), che di giovani e tecnologia se ne occupa costantemente. TIG e’ nata sette anni fa da due ragazzi che all’epoca avevano diciasette e dicianove anni e che volevano aiutare i giovani ad entrare a far parte dei processi decisionali globali. Mike e Jen, i due fondatori, in poco tempo hanno creato una comunita’ on-line che attraverso l’uso di strumenti innovativi oggi riceve oltre un milione di “hits” al giorno e che permette a giovani di ogni parte del mondo di saperne di piu’ sui problemi che affligono il pianeta.
TIG aiuta i giovani a scoprire le tante risorse professionali e finanziarie a loro disposizione, ne stimola la crescita personale e il dialgo interculturale attraverso l’uso di un sito che viene usato dai giovani in oltre 200 paesi del mondo e disponibile in 12 lingue, italiano incluso. La tecnologia non deve per forza essere sinonimo di mancanza di ideali ed impiego frivolo del tempo; chi usa il Web 2.0 questo lo sa. Infatti ad Urbino si e’ parlato anche del bisogno vero di un’educazione ai nuovi media e ad un modello educativo e formativo che ci consenta davvero di entrare a far parte della sfera europea ed internazionale. Soprattutto c’è bisogno di far comprendere alle autorita’ locali che i vecchi modelli del fare politica, quelli basati sulle gerarchie, sul potere e sull’oscurantismo, vanno assolutamente riformati. Il Web 2.0 questo ci costringe a farlo, facilitando gli scambi in tempo reale, la meritocrazia e soprattutto la trasparenza. Ora che siamo sempre più collegati tra di noi, per via della crescita dell’Unione Europea e grazie ai nuovi strumenti a nostra disposizione, poter usare la tecnolgia per il sociale non e’ piu’ un’utopia. E’ un luogo di lancio che ci permette di amplificare la nostra voce e di far conoscere la nostra realta’ locale ad altri giovani, italiani e non, per poter finalmente dire “noi ci siamo e siamo pronti ad impegnarci.”


Per saperne di piu' su Zai.net: www.zai.net

May 20, 2008 | 11:04 AM Comments  0 comments



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